
Nell’immaginario di noi tutti il cuore occupa un posto particolare nelle preoccupazioni sulla nostra salute. La paura di morire di un “attacco cardiaco”, il timore di non seguire un corretto stile di vita per prevenire una recidiva di cardiopatia, la convinzione, nella stragrande maggioranza delle volte errata, che la cardiopatia rappresenti la “fine” di una vita normale, diventano fedeli compagni di viaggio di chi ha sofferto di un problema cardiaco e dei suoi familiari.
Ne derivano comportamenti errati, spesso iperprotettivi, talvolta di negazione, così che si passa da un estremo all’altro, dalla continua ricerca di rassicurazione attraverso visite ripetute ed esami non necessari, al trascurare, al contrario, sintomi o campanelli d’allarme importanti.
Lavorando da oltre 20 anni come cardiologo, alternando il mio impegno in diversi ambiti delle patologie cardiovascolari, dalla cardiopatia ischemica alle malattie valvolari, allo scompenso cardiaco e con un background di figlio di cardiopatico cronico ho vissuto e vivo queste problematiche da entrambe “le parti della barricata”.
Ho prima condiviso con mio padre le preoccupazioni e i dubbi del cardiopatico ed ora mi trovo a rispondere a quelli dei miei pazienti.
Ogni giorno che passa sono sempre più convinto che curare bene un paziente con cardiopatia significa non solo fare una corretta diagnosi e somministrare le giuste terapie, ma consentirgli di condurre una vita priva di ansie e dubbi, fargli realizzare le sue potenzialità spesso per nulla intaccate dal problema cardiaco, fargli scoprire che il nostro organismo è una macchina meravigliosa con eccezionali doti di recupero che non chiede altro che un po’ di attenzioni in cambio di una vita più lunga e felice.