Come reagire alle paure che evoca un infarto?

L’infarto del miocardio o, più semplicemente, “infarto” è una malattia cardiaca causata dalla improvvisa chiusura di una delle arterie che nutrono il cuore: le arterie coronarie.

La chiusura è causata da una placca aterosclerotica, vale a dire un piccolo accumulo di grassi ed altre sostanze nella parete dell’arteria che si sviluppa magari molto lentamente (nel corso di anni o decenni) e che improvvisamente si può complicare attivando la coagulazione del sangue con la formazione di un piccolo coagulo di sangue che prende il nome di trombo, sulla sua superficie. L’insieme placca + trombo determina l’occlusione completa ed improvvisa della coronaria.

Questo causa la mancanza di flusso sanguigno in una porzione del cuore, le cui cellule vanno incontro a sofferenza. Se l’occlusione dura a lungo la sofferenza può determinare la morte di alcune cellule con la formazione di una cicatrice sulla superficie del cuore.

Il sintomo che percepisce il paziente è, generalmente, un dolore toracico, più o meno intenso, che si può irradiare in altre parti del corpo come gli arti superiori o il collo.

Per fortuna il nostro organismo possiede dei meccanismi di difesa che cercano di sciogliere il trombo appena si forma. Non sempre però sono efficaci. 

Tuttavia, già da molti anni la ricerca ha messo a disposizione dei cardiologi degli strumenti molto potenti per curare questa malattia. 

Attualmente se un paziente si presenta in Ospedale con un infarto viene immediatamente eseguita una coronarografia: un esame che consente di visualizzare le coronarie, ed, una volta individuato il punto di occlusione, di eseguire un’angioplastica coronarica, vale a dire la dilatazione della coronaria nel punto occluso gonfiando all’interno un palloncino miniaturizzato (la coronaria ha un diametro di pochi millimetri) che poi viene rimosso. Se necessario si posiziona un minuscolo tubo fatto di maglie di rete (chiamato stent) all’interno della coronaria che garantisce di mantenerla costantemente aperta.

Questa terapia ha dato risultati eccezionali nel trattamento dell’infarto. Ovviamente di pari passo c’è stato un grande miglioramento della terapia con farmaci che consente di “aiutare” il cuore a superare l’evento acuto e lo protegge in futuro. 

Anche la prevenzione ha compiuto enormi progressi sia per quanto riguarda la prevenzione “secondaria”, vale a dire quella che si pratica dopo un infarto, sia la prevenzione “primaria” cioè quella che si pratica in soggetti a rischio ma che non hanno avuto problemi.

Tuttavia nell’immaginario del paziente e dei suoi familiari la parola infarto evoca sempre grande timore e preoccupazione. 

Il primo motivo è rappresentato dal fatto che di infarto si può morire.

Ovviamente questo è vero, tuttavia le terapie attuali già descritte hanno ridotto in maniera impressionante il rischio di morte. La “riapertura” della coronaria, descritta prima, interrompe il meccanismo che causa sofferenza cardiaca, mentre il ricovero in Ospedale (che può avere una durata media di qualche giorno) consente di “sorvegliare” il paziente nelle prime fasi, che sono quelle a maggior rischio, in un ambiente “protetto” come può essere una Terapia Intensiva Cardiologica (UTIC) o un Reparto di Cardiologia dove qualsiasi problematica può essere immediatamente riconosciuta e trattata.

La seconda fonte di grande preoccupazione deriva dal fatto che l’infarto colpisce improvvisamente, talora preceduto da lievi sintomi, altre volte (in oltre la metà dei casi) senza nessuna “avvisaglia”. Perché questo accade si può facilmente intuire dal meccanismo illustrato prima: l’improvvisa formazione di un trombo su di una placca all’’interno della coronaria. 

Il paziente che ha avuto un’infarto finisce però col confrontarsi spesso con la preoccupazione che la stessa cosa possa accadere nuovamente, all’improvviso, in un altro momento della sua vita. Questo determina ansia, un continuo stato di allarme alla ricerca di segni premonitori di un eventuale nuovo evento, una continua ricerca di rassicurazione magari da parte di parenti o conoscenti che hanno avuto lo stesso problema il che genera un meccanismo a catena per cui anziché trasmettersi sicurezze ci si trasmette incertezze e dubbi.

Il terzo problema è che, all’atto pratico, queste ansie si traducono spesso in autolimitazioni nella propria vita quotidiana che non hanno senso dal punto di vista medico.

Capita spesso di osservare, purtroppo, persone nel pieno della loro vita familiare, di relazione, lavorativa, che si ritengono incapaci o a rischio nel tornare al loro lavoro, alla loro vita quotidiana, ai loro hobbies, alla pratica di esercizio fisico. Niente di più sbagliato! 

Se dopo un infarto smettiamo di fare sport, ci consideriamo incapaci di tornare al nostro lavoro normale, ci tormentiamo con continue paure, non facciamo altro che creare la condizione più sfavorevole possibile che ci può esporre, questa si, a rischi futuri.

Bisogna invece puntare a ritornare il prima possibile nel normale “flusso della vita” eliminando quei comportamenti a rischio che avevamo in passato, magari smettendo di fumare e iniziando a mangiare in maniera sana, salvaguardando però le cose belle e sane che possono solo farci star meglio: lavorare con passione, avere una sana vita di relazione, praticare attività fisica.

Ovviamente la ripresa di una vita normale deve essere graduale, ma non così lenta come la maggior parte delle persone ritengono, secondo un programma personalizzato e seguendo i consigli del Cardiologo.    

Come combattere le paure di cui abbiamo parlato?

Ovviamente non esiste una ricetta universale per tutti. 

Ogni individuo è diverso dall’altro ed ha un proprio modo di percepire le cose e di elaborarle.

Tuttavia ritengo che il segreto stia nel corretto scambio di informazioni tra medico e paziente.

Le paure ed i dubbi nascono dal non conoscere un problema.

Ogni Cardiologo deve quindi spendere energie nel trasmettere quante più informazioni possibili ai propri pazienti, per aiutarli a trovare la soluzione ai piccoli o grandi dubbi che può avere. Ovviamente questo va fatto in un linguaggio comprensibile, non tecnico e con una continua verifica di quanto trasmesso.

Negli ultimi anni si è diffuso sempre più il concetto di “Patient empowerment” che potremmo tradurre come “Responsabilizzazione” o “emancipazione” del paziente”. 

Si tratta del processo attraverso il quale il paziente acquisisce maggior controllo sulle decisioni e sulle azioni che riguardano la sua salute.

Questo controllo presuppone l’acquisizione di informazioni e di abilità pratiche. 

Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha stabilito tra gli obiettivi da raggiungere l’”empowerment” dei cittadini e dei pazienti.

Ovviamente trasmettere informazioni, rispondere ai dubbi, seguire i pazienti nel loro percorso non solo sanitario ma anche “di vita”, richiede una quantità di tempo e degli spazi dedicati che non sempre è possibile avere nella normale attività medica in ambulatorio ed in ospedale.  

L’idea di progettare dei corsi e realizzare questo sito è nata proprio da questa necessità.

Contattami per maggiori informazioni, potremo avere un colloquio conoscitivo in cui ti illustrerò i mie metodi e decideremo insieme quello che potrebbe essere il percorso migliore per te.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su